IL SERENISSIMO BORGHESE Recensione di Federica Ravizza

 

La copertina tratta dal dipinto di Joseph Wright of Derby presso DERBY MUSEUM and ART GALLERY – Gran Bretagna

La villa di Passariano, Lodovico Manin, il generale Bonaparte, la Serenissima, l’Austria e il trattato di Campoformio: un punto cruciale della storia all’interno della quale la figura dell’ultimo doge appare, secondo un diffuso luogo comune, scontatamente inetta e pavida, un antieroe che poco ispira la finzione letteraria. Non per Alberto Frappa Raunceroy che nel suo nuovo romanzo  Il serenissimo borghese (Edizioni Segno, 320 pagine, 15,00 euro) indica proprio in quella dimensione “borghese” una possibile interpretazione della figura “serenissima” di Lodovico Manin.  È il ritratto di un maturo gentiluomo e della sua sposa Elisabetta Grimani, infelici in separate solitudini, che sarebbero piaciute a Bergman. Mal maritati, sembrano avere sprecato la loro giovinezza per poi ritrovarsi, vecchi, in un momento storico terribile, legati dal segreto opprimente di una figlia scomparsa. Il lettore entra negli interni dei palazzi veneziani e li percepisce asfittici come in certi quadri del Longhi oppure sfarzosi e anacronistici, di un trovarobato traboccante che rimanda alle ambientazioni da caduta degli dei care a Visconti. In questi interni Frappa fa agire la dogaressa Elisabetta Grimani, un personaggio a tutto tondo, malata, sfiorita; vive circondata da un campionario di nobildonne di una cattiveria senza tempo, tratteggiate con velenosa precisione dall’Autore. Ineffabile il cameo della suocera che, la sera delle nozze, accoglie la Grimani nella villa di Passariano e, fumando la pipa, la esamina come fosse una giumenta. È una scena di genere, ma par di vedere le sale della grande dimora friulana percorse da un soffio di beffarda vitalità: cosí doveva essere, così forse sarà stato. All’improvviso la trama si impenna in colpi di teatro, eccentricità, bizzarrie tanto somiglianti a quei capricci che rappresentavano la parte frivola del secolo dei Lumi.

Nel racconto di Frappa tutto diviene possibile e, come in una situation comedy, entrano in scena i comprimari, dottori bonari e pomposi professori venuti da Padova, cognati intriganti, nipoti beoti, un fratello depravato che aspira al galero cardinalizio, dame francesi in odore di spionaggio, cuoche friulane dalla lingua schietta, popolani ricattatori nella migliore tradizione dei manutengoli da commedia dell’arte, ma anche procuratori di San Marco, generali francesi e una pletora di nobili veneziani che affollano Palazzo Ducale: finzione e storia si intrecciano. In piena sintonia col gusto del difforme, Frappa affida un ruolo allo scimmiotto Rodrigo, un esserino che pare introdotto nel racconto solo per dare un tocco esotico e che invece, tragicomico e maligno, diverrà una inquietante presenza e attraverserà la trama per farsi strumento di demoniaca astuzia. Nelle pagine di Frappa, Passariano rivive, nel cuore di un gelido inverno, frusciano le gonne di seta della dogaressa, trasuda umidore la sontuosa tenda marmorea della cappella, si intravedono i paesani vestiti a festa. Poi gli anni passano e tutto finisce. Vediamo giungere la carrozza del generale Bonaparte. A lui viene ceduta la villa, ma vuota, per dispetto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

La presente recensione è stata pubblicata sulla pagina Cultura de IL MESSAGGERO VENETO  il 19 marzo a firma di Federica Ravizza. 

Annunci

~ di byzance su 22 maggio 2012.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: