Apropos of La Traccia dell’acqua di Salvatore Errante Parrino

 

L stupenda copertina del libro tratta da Ofelia di John Everett Millais - Londra, Tate Gallery

Vi è molto di più che una labile scia idrica nel romanzo di Salvatore Errante Parrino (La traccia dell’acqua, Morganti editori – Collana Contemporanea, 2011. € 14,00) appena distribuito nelle librerie. Vi è uno stillicidio che esonda e finisce per travolgere. E’ naturale che così sia per un’opera letteraria ambientata nel Medio Friuli dove l’acqua sgorga e scorre in ogni possibile variante: fiumi, risorgive, rogge e fossati, negli zampilli di fontane e vasche di pietra e al di sotto di lavatoi di legno che più nessuna donna friulana utilizza per il bucato. Acque ancora verdi e cristalline, un tempo guizzanti di trote, gamberi e lontre e oggi avvelenate dai reflussi di diserbanti agricoli.

Quello ambientale è solo uno dei cambiamenti che l’autore riporta nel libro perchè tra le pagine sottolinea tante delle incongruenze estetiche del Friuli contemporaneo (come la nevrotica tutela linguistica del friulano che va a braccetto con un’incomprensibile indifferenza per i beni urbanistici e gioielli architettonici che vengono ignorati per fare spazio alle mostruosità della globalizzazione cementizia).

Spaventato dell’avanzare dei “non luoghi” che divorano la bellezza, l’autore afferra uno dei piccoli fazzoletti di terra che avvolgono un borgo intatto e vi ambienta un romanzo che si svolge (tranne alcune divagazioni geografiche a Venezia e Monaco di Baviera) nello spazio di poche migliaia di metri quadri: una sorta di Paradise lost .

Custodito e cullato dal fogliame di questo hortus conclusus che vegeta come un’enclave in mezzo a centri commerciali, tangenziali e rotonde (così come Gradiscutta era enclave asburgica in mezzo alla sovranità della Serenissima) Errante Parrino tesse una vera trama borghese che al tatto rimanda alla morbidezza del jersey, del velluto o del cachemire ma indossati sopra un paio di stivaloni di gomma. Incuriosisce e stupisce allo stesso tempo l’armonia che distilla tra due mondi contrastanti che si conciliano nella persona del protagonista.

Romanzo borghese che poco concede all’esistenziale sulla scia di tanta letteratura italiana che ha avuto già un importante precedente negli stessi luoghi con La casa a Nord Est che ha valso a Sergio Maldini il premio Campiello nel 1992. La contiguità con “quella” casa salta all’occhio anche se la la trama, di questa ammicca ad altri generi come il noir o un gotico nostrano.

Albert Danner – un bavarese benestante, rientrando da Lignano, capita per caso a Belgrado di Varmo sulle rive del Tagliamento dove viene attratto dal fascino decadente di una cascina abbandonata.

Deciso l’acquisto avvia immediatamente i lavori per il restauro che daranno il via a una serie di coincidenze come la scoperta di un affresco cinquecentesco sotto una coltre di malta e il conseguente arrivo di una graziosa restauratrice locale, Marzia, con cui inizieranno scaramucce intellettuali ed affettive grazie ad un ricamo di comuni interessi.

Il paese, la bionda Marzia ma soprattutto la casa lo stregano inducendolo a lasciare Monaco di Baviera per trasferirsi nel borgo friulano contro il parere di tutti: famigliari e amici che – mondani – non saprebbero resistere che qualche giorno nella uniforme piattezza furlana.

Snobbato e deriso dai membri della sua classe sociale, Danner vive un senso di colpa che lo trascina in una sorta di nevrosi che gli fa accostare la sua relazione con Marzia ad una antica storia tra il pittore che affrescò la chiesa locale (Gian Paolo Thanner) e una ragazza plebea (Licieta) morta suicida nel XVI secolo: la colpa di avere abbandonato le consuetudini borghesi dovrà essere punita dalla Nemesi. Se ne ricava il profilo di una personalità fragile e al tempo stesso testarda, ipersensibile alla bellezza (pare affetto da una sindrome di Stendhal per la bellezza minima) e che sa cogliere quello che nemmeno i locali vedono, percepisce quello che nessuno avverte come un poeta incompreso.

La sua solitudine rassegnata richiama in parte a quella di Gustav von Aschenbach, protagonista di Morte a Venezia di Thomas Mann, e solo alla fine se ne distacca nettamente. Chi si accosti al libro, noterà subito che la forma mentis del protagonista è intrisa di una certa ingenuità: un ragazzone di buona famiglia che è rimasto alieno a tutte le perversioni che la modernità ci impone e coltiva un romanticismo che rasenta l’innocenza (soprattutto nel suo timoroso approccio alla giovane Marzia). La volontaria ricerca di sensazioni mediane, di riflessione di uno spleen nella pianura letteraria di Varmo, lo rendono quasi anacronistico: in un tempo in cui conta solo la fisicità e il soddisfacimento immediato si può tollerare qualcuno che coltiva l’attesa come un obiettivo? Cimentarsi nella lettura di un libro del genere è quasi una sfida ad uno stile di vita troppo spesso dato per scontato.

Alberto Frappa Raunceroy

 

 

 

 

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~ di byzance su 20 aprile 2011.

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