“La condanna dei tre capitoli”, opera prima di Alberto Frappa – di Luca De Clara

Ravenna in epoca tricapitolina.
Ravenna in epoca tricapitolina.

Non capita spesso di questi tempi di avere tra e mani una novità libraria che si presenti esplicitamente come romanzo storico. Ci riferiamo a opere che possano essere a pieno titolo considerate appartenere ad un genere letterario e non semplicemente frutto di un fenomeno di costume o di moda. Le ambientazioni medievali, ad esempio, hanno offerto spunti notevolissimi a chi ha avuto l’ardire di confrontarsi con un genere evoluto per qualsiasi lingua, quale è il romanzo. E altrettanto si può dire per l’epoca moderna o per quelle antiche. Ma non sempre chi ha voluto utilizzare la storia come luogo di narrazione è riuscito poi a produrre un romanzo storico. Non è il caso dell’opera prima di un giovane scrittore friulano, il caminese Alberto Frappa, che nel suo “La condanna dei tre capitoli” uscito per i tipi delle Edizioni segno, rispetta appieno due criteri fondamentali per discernere appunto il romanzo storico da tutto il resto: in primo luogo la struttura narrativa, sostenibile, complessa ed articolata, che agevola l’emersione dalle pieghe del testo di personaggi completi, tondi, riconoscibili per il singolo tratto umano e allo stesso tempo per l’universalità che li contraddistingue; in secondo luogo il contesto, la storia che fa da sfondo alle vicende narrate, che è frutto di una meditata ed accurata ricerca, e che non lascia al caso una singola parola né un solo oggetto. L’equilibrio non forzoso tra questi due elementi nell’opera c’è tutto. Frappa ambienta le vicende che vedono coinvolto il suo protagonista, il milite aquileiese Lucio Valerio Cantio, in un’epoca per certi versi ancora poco sondata e poco “sfruttata”: i decenni della guerra goto-bizantina che, nel corso del VI secolo, trasformò l’Italia in un insanguinato campo di battaglia che vide le une contro l’altro armate le truppe imperiali inviate da Giustiniano a conquistare e pacificare la penisola e quelle dell’esercito goto che dalle stesse finirà per essere cacciato. Si trattò di una guerra atroce, fatta di assedi e saccheggi: fu forse l’ultimo grande evento del mondo antico e, per l’Italia, porta d’ingresso sufficiente e necessaria al medioevo. Il libro dispiega le sue vicende attorno a tre grandi poli: la città di Roma, dimora del papa, ma soprattutto delle grandi macchinazioni che vedono coinvolte le potenti famiglie della nobiltà, nella quale Lucio Valerio Cantio giunge, giovane soldato, al seguito dell’esercito imperiale; la splendida Costantinopoli, luogo della corte giustinianea, laddove sembrano decidersi i destini del mondo, dove l’inaccessibile imperatrice Teodora (nella foto, in una rappresentazione musiva) svolge le sue trame e dove sfarzo e potere trasudano ad ogni passo; infine la natia Aquileia, ormai decadente ma luogo della pace e del ristoro, dove Lucio, dismessi gli abiti del guerriero, ritrova la sua autentica dimensione di uomo legato alla terra. La galleria dei personaggi è ricchissima, personaggi ai quali Frappa sa dedicare un’attenzione particolare, sì che, quand’anche solo si limita a tratteggiarli, ce ne fornisce un’immagine completa e convincente: dai generali goti e imperiali a Giustiniano e Teodora, dai papi e dalle loro corti alle figure più significative della nobiltà romana, dalle semplici figure di cortigiani alla rustica plebe romana, dalle dolci figure incontrate nell’agro aquileiese alla splendida Corinna, la donna-musa che Lucio segue lungo tutto il romanzo fino al felice epilogo. La struttura dell’opera è picaresca: stabilito il personaggio e le sue finalità, lo seguiamo per ogni dove sul filo di una trama intricatissima, ricca di colpi di scena, ma anche di dotte disquisizioni teologiche, infarcita di graziose e accuratissime descrizioni e di scene che facilmente restano impresse nella mente: tra le più efficaci ricordiamo sicuramente quelle relative al viaggio sotterraneo nel dedalo dei canali artificiali che alimentano gli acquedotti romani, le diverse scene alla corte di Teodora, per le quali viene reso benissimo l’equilibrio tra il nascondere e lo svelare, ed infine l’alta pagina di scrittura nella quale si descrive l’esorcismo praticato da papa Vigilio in Sicilia. E’ un peccato, però, che in qualche passaggio la prosa non sia sempre all’altezza della trama e della qualità degli affreschi proposti, rischiando di perdersi in ingenuità o barocchismi: ma all’opera prima che ben si presenta, tali debolezze si perdonano presto. Al di là delle vicende romanzate emergono dal testo alcuni temi che sono decisamente interessanti: da un lato lo sforzo di analisi, descrizione e memoria di un’epoca affascinante e tragica, in particolare per ricostruire la ricchezza della storia della Chiesa; dall’altro il rapporto città-campagna, colto in un momento critico della storia, in cui le città non riescono più a esercitare quell’autorevolezza e quella forza anche morale che le aveva per secoli contraddistinte, affidando alla rustica campagna (e qui gli accenni del Frappa ad alcuni luoghi e personaggi del suo Friuli sono efficacissimi) un ruolo nuovo di conservazione e trasmissione dei valori dell’antichità; dall’altro ancora la volontà e la capacità dell’autore di confrontarsi con modelli di scrittura e con tematiche non localistiche, partendo dal Friuli ma guardando ben oltre la terra natia; infine il tema delle relazioni, affettive ed amorose, che per Frappa guidano e salvano il mondo, e senza le quali non capiremmo la struttura e la forza d’impatto di questo romanzo. Per il quale una seconda lettura sarebbe quasi d’obbligo.

Luca De Clara, La Vita Cattolica, Sabato 9 Febbraio 2008, pagina 23

 

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~ di byzance su 12 ottobre 2009.

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