Vittorio Sgarbi è un genio. Affondare il coltello nella carne, azzardando un’affermazione così tranchant sul piroclastico critico e storico dell’arte può parere gratuito e provocatorio o, a suscettibili moralismi, addirittura scandaloso ma io ritengo che – ragionandoci – altri potranno convenirne. Il genius nella letteratura e nella mitologia latina è un’entità legata ad un luogo o ad una attività, quasi un protettore o uno spirituale sovrintendente; noi cristiani potremmo oggi parzialmente sovrapporlo alla figura angelica. Mi pare che questo ruolo si attagli a Vittorio Sgarbi nell’esercizio delle sue funzioni di esteta e cultore quando, come per grazia, il discusso personaggio si trasfigura in genius venustatis o genius elegantiae, quasi un protettore del bello e della bellezza nel peculiare modo in cui si è incarnata in Italia. Perchè della bellezza, l’Italia è culla privilegiata e Sgarbi quando ne tratta, si illumina come un mistico in celeste contemplazione, come un dinoccolato fanciullone che viva perenni turbamenti erotici. L’estemporanea suggestione mi è balenata in margine all’uscita del nuovo libro di Sgarbi che sarà distribuito in Italia da mercoledì: L’Italia delle meraviglie. Una cartografia del cuore edito da Bompiani. Si tratta di un lavoro che propone un nuovo grand tour da Trieste a Palermo alla scoperta del patrimonio artistico italiano sottolineando anche quello trascurato; Sgarbi possiede il dono di agganciare la bellezza ovunque essa riposi, anche nei recessi da noi negletti. Ed ecco che si materializzano immagini e nomi a noi sconosciuti: un telero di Lorenzo Lotto a Santa Cristina al Tiverone, la lapide di un centurione-poeta a Borso del Grappa, ma anche ceramiche di Faenza o servizi da caffè a Fermo nelle Marche e poi ville, palazzi, chiese malamente restaurate o diroccate. Non sono oggetti di studio ma amanti in ogni porto: troppe sono e, se non possono tutte essere curate personalmente, Sgarbi non dimentica di avvicinarle, adorarle e divulgarle al pubblico. Della bellezza di cui l’Italia è fragile ricettacolo il critico è ossessivo corteggiatore e la ama con un ardore ed una pietas che dovrebbe appartenere a tutti gli italiani. Dal testo si conferma uno Sgarbi che non è solo recensore o narratore – non un Vasari moderno – ma appassionato difensore, un cavaliere che non conosce soluzione di continuità tra battaglie, ma nonostante abbia combattuto un recente duello contro contemporanei mulini a vento (le torri eoliche siciliane) Sgarbi non incarna don Chisciotte della Mancia ma un Orlando che, in parossismi d’amore, perde il senno ma persevera battendosi a difesa delle creature minacciate. Sotto una scorza di aggressività ribolle come magma eruttivo una sensibilità estetica non misurabile con sismografi a nostra disposizione tanto che, arrabbiato coi mediocri o l’archistar di turno, l’uomo sa arrendersi di fronte al sublime di una ceramica o di un vetro crepato. Istintivamente machiavellico, il critico percepisce che la difesa della bellezza (il fine) giustifica ogni mezzo, anche se a volte scade nella polemica o nella performance grottesca: la posta in gioco è alta; ogni mezzo buono. Sgarbi è caratterialmente anarchico ed insofferente anche agli steccati più fragili ed è esteticamente onnivoro. Sia che parli di Ulisse Sartini, grande ritrattista erede dell’umanesimo rinascimentale, sia che commenti i lavori dei writers o graffitari di periferia, sia che si inalberi per le torri eoliche cresciute in Sicilia o disquisisca sui gusci dell’Ara Pacis, Sgarbi sfodera la medesima passione, il medesimo amore di un amante folle. Di questo va dato conto nella misura in cui ciò viene ritrovato nel libro edito da Bompiani. Petronio Arbitro nella vita e Gerolamo Savonarola nella disciplina dell’arte, da quest’uomo l’Italia può attendersi una perenne fedeltà: la fedeltà alla Meraviglia.




