Dante a Camino al Tagliamento

•11 gennaio 2010 • 3 commenti

 

Venerdi 5 febbraio 2010 alle 20.30 presso la Biblioteca Civica di CAMINO al TAGLIAMENTO (Udine) si terrà la prima di una serie di serate che vedrà Dante Alighieri al centro dell’attenzione attraverso l’analisi dei testi, la recitazione dei canti con l’ausilio ed il supporto di musica e proiezioni di immagini.

Il professor Luigi Bressan parlerà di Un’idea di Dante attraverso la Divina Commedia

Un primo momento introdurrà concetti e figure salienti del testo e del contesto con citazioni. In seguito, dopo la presentazione sintetica dei canti proemiali (I e II) e possibilmente del III, seguirà la recitazione.

Gli intermezzi musicali saranno eseguiti da Carlo e Francesco Zorzini.

Al termine della serata sarà possibile acquistare copia del libro LA BELLA SCOLA – I primi sette canti dell’Inferno letto dai poeti Maretti Merini Caniato Anedda Farabbi Bressan Villalta e del libro Quando sarà stato l’addio di Luigi Bressan.

Entrambi i testi sono editi da IL PONTE DEL SALE di Rovigo: http://www.ilpontedelsale.it/

Seguirà rinfresco a base di vini pregiati offerto dalle case vinicole del Comune di Camino al Tagliamento.

L’Italia delle meraviglie: in libreria il perenne stupore di Sgarbi.

•20 novembre 2009 • 5 commenti

Vittorio Sgarbi è un genio. Affondare il coltello nella carne, azzardando un’affermazione così tranchant sul piroclastico critico e storico dell’arte può parere gratuito e provocatorio o, a suscettibili moralismi, addirittura scandaloso ma io ritengo che – ragionandoci – altri potranno convenirne. Il genius nella letteratura e nella mitologia latina è un’entità legata ad un luogo o ad una attività, quasi un protettore o uno spirituale sovrintendente; noi cristiani potremmo oggi parzialmente sovrapporlo alla figura angelica. Mi pare che questo ruolo si attagli a Vittorio Sgarbi nell’esercizio delle sue funzioni di esteta e cultore quando, come per grazia, il discusso personaggio si trasfigura in genius venustatis o genius elegantiae, quasi un protettore del bello e della bellezza nel peculiare modo in cui si è incarnata in Italia. Perchè della bellezza, l’Italia è culla privilegiata e Sgarbi quando ne tratta, si illumina come un mistico in celeste contemplazione, come un dinoccolato fanciullone che viva perenni turbamenti erotici. L’estemporanea suggestione mi è balenata in margine all’uscita del nuovo libro di Sgarbi che sarà distribuito in Italia da mercoledì: L’Italia delle meraviglie. Una cartografia del cuore edito da Bompiani. Si tratta di un lavoro che propone un nuovo Grand Tour da Trieste a Palermo alla scoperta del patrimonio artistico italiano sottolineando anche quello trascurato; Sgarbi possiede il dono di agganciare la bellezza ovunque essa riposi, anche nei recessi da noi negletti. Ed ecco che si materializzano immagini e nomi a noi sconosciuti: un telero di Lorenzo Lotto a Santa Cristina al Tiverone, la lapide di un centurione-poeta a Borso del Grappa, ma anche ceramiche di Faenza o servizi da caffè a Fermo nelle Marche e poi ville, palazzi, chiese malamente restaurate o diroccate. Non sono oggetti di studio ma amanti in ogni porto: troppe sono e, se non possono tutte essere curate personalmente, Sgarbi non dimentica di avvicinarle, adorarle e divulgarle al pubblico. Della bellezza di cui l’Italia è fragile ricettacolo il critico è ossessivo corteggiatore e la ama con un ardore ed una pietas che dovrebbe appartenere a tutti gli italiani. Dal testo si conferma uno Sgarbi che non è solo recensore o narratore – non un Vasari moderno – ma appassionato difensore, un cavaliere che non conosce soluzione di continuità tra battaglie, ma nonostante abbia combattuto un recente duello contro contemporanei mulini a vento (le torri eoliche siciliane) Sgarbi non incarna don Chisciotte della Mancia ma un Orlando che, in parossismi d’amore, perde il senno ma persevera battendosi a difesa delle creature minacciate. Sotto una scorza di aggressività ribolle come magma eruttivo una sensibilità estetica non misurabile con sismografi a nostra disposizione tanto che, arrabbiato coi mediocri o l’archistar di turno, l’uomo sa arrendersi di fronte al sublime di una ceramica o di un vetro crepato. Istintivamente machiavellico, il critico percepisce che la difesa della bellezza (il fine) giustifica ogni mezzo, anche se a volte scade nella polemica o nella performance grottesca: la posta in gioco è alta; ogni mezzo buono. Sgarbi è caratterialmente anarchico ed insofferente anche agli steccati più fragili ed è esteticamente onnivoro. Sia che parli di Ulisse Sartini, grande ritrattista erede dell’umanesimo rinascimentale, sia che commenti i lavori dei writers o graffitari di periferia, sia che si inalberi per le torri eoliche cresciute in Sicilia o disquisisca sui gusci dell’Ara Pacis, Sgarbi sfodera la medesima passione, il medesimo amore di un amante folle. Di questo va dato conto nella misura in cui ciò viene ritrovato nel libro edito da Bompiani. Petronio Arbitro nella vita e Gerolamo Savonarola nella disciplina dell’arte, da quest’uomo l’Italia può attendersi una perenne fedeltà: la fedeltà alla Meraviglia.

Alberto Frappa Raunceroy 

L’Italia delle meraviglie. Una cartografia del cuore - Vittorio Sgarbi, Bompiani 2009 – pp. 360

 

Venezia, Giorgione ed Henry James: ottimi ingredienti in mano a Maurensig – di Alberto Frappa Raunceroy

•10 novembre 2009 • 2 commenti

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Venezia, Giorgione ed Henry James: ottimi ingredienti in mano a Maurensig.

Duplice coincidenza: mi sto ancora consumando sul mio romanzo dedicato agli ultimi giorni di Venezia sovrana e, avendo avvertito la necessità di assorbire alcune atmosfere lagunari, ho ripreso in mano Pontificale in San Marco di Elio Bartolini ambientato nella Venezia del 1751. Sempre seguendo questo impulso (e su consiglio di Gigi Bressan, della cui erudizione mi valgo ad occhi chiusi) sto leggendo Le luci della peste, un unicum letterario del grande scrittore ed editore veneziano Neri Pozza. All’interno della raccolta vi sono tre racconti dedicati alla misteriosa figura di Giorgione, maestro conosciuto all’epoca (siamo nell’ottobre del 1510) come Zorzi o Zorzòn da Castelfranco. Il primo, intitolato Falò in Campo San Polo, è da solo in grado di fornire spunti ad un romanzo perchè instilla domande sui motivi per cui degli anni più attivi dell’opera del maestro rimangano oggi solo 12 pitture a lui attribuite. Colpa di un possibile rogo dei suoi lavori per evitare infezioni? Il quarto racconto, intitolato Il mantello rosso, parla dell’ anonima sepoltura di Zorzòn in una fossa comune nell’isola di San Giacomo de Palùo. Il terzo (Paris grazioso e gentile) accenna alle contraffazioni giorgionesche del giovane pittore trevigiano Paris Bordone, quando, qualche anno dopo la morte del maestro di Castelfranco, le richieste dei collezionisti non trovavano soddisfazione presso i gelosi detentori delle opere. Coincidenza perchè? Perchè sono venuto a sapere giorni fa da amici di Paolo che l’ultimo romanzo di Maurensig parla proprio di Venezia e di quel Giorgione che mi ha presentato Neri Pozza nei suoi racconti. Una sorpresa è stato invece lo scoprire che il libro non uscirà per mamma Mondadori, ma per una casa trevigiana che non conoscevo: la Morganti. Una demoniaca compulsione mi ha ghermito alla gola e sono corso a cercare il sito della casa editrice, visualizzando una meravigliosa homepage che mi ha suscitato immediatamente suggestioni e voglie. Salvato l’indirizzo internet tra i preferiti con il proposito di farne buon uso con l’anno entrante, ho iniziato a leggere gli ancora pochi commenti sul romanzo. Ho così scoperto che, più che sulla figura di Giorgione, il libro ruota attorno alla sua opera più celebre e misteriosa: la Tempesta. In effetti telero più fitto di rimandi ed allegorie non si poteva trovare e mi piace quando Maurensig dice che i misteri e le allegorie dell’arte rimangono affascinanti fino a quando non sono svelati: un po’ l’opposto di come si ragiona oggi: togliere ogni velo e lacerare ogni membrana poetica. Dunque l’autore ha imbastito una storia sulla tela di Giorgione, filmandola da due punti di vista: quella di un contemporaneo (il protagonista?: ancora non posso dirlo perchè il libro esce domani) ed Henry James, l’autore di Ritratto di Signora che, secondo lo studioso anglosassone di turno, avrebbe decriptato Giorgione nel suo Carteggio Aspern. Un piccolo brivido mi ha scosso quando ho letto Maurensig dire che Giorgione era forse intimo con sette misteriche (Rosacroce et cetera) ma sono tranquillo perchè conosco la sua bella prosa e apprezzo le suggestioni che sa evocare: sono certo che ingredienti così raffinati, elaborati dalla sua penna, assumeranno i connotati di un ottimo libro che domani correrò in libreria ad acquistare.

Vale.

recensione come una perla

•4 novembre 2009 • 6 commenti

perla

Ad una iridata recensione di Fernanda Ferraresso

 Su il Ponte del Sale di Rovigo scriverò in momento dedicato: si tratta di una casa editrice che è come una di quelle ostriche che quando percepiscono la loro cavità intrusa da un corpo estraneo come un granello di sabbia, o lo espellono senza ipocrisie, oppure iniziano un lungo e metodico lavorio per avvolgerlo e ricoprirlo da successivi e sovrapposti strati di nacre  fino a formare una preziosa sfera iridescente: la perla.  Ma oggi parlo di una recensione che mi è stata dedicata a sorpresa da Fernanda Ferraresso che da quella ostrica è stata mineralizzata, pubblicata e della cui redazione fa parte integrante e attiva. Della recensione, come di troppo altro, oggi si abusa e, quando si abusa di una cosa la si svaluta con lo stesso meccanismo che si da per le monete: divengono pesante conio senza valore. Si perchè in una settimana sono davvero enumerabili sulle dita di una mano le recensioni che si leggono sulle pagine culturali dei quotidiani o dei periodici fatte con amore per la bellezza. La maggioranza all’opposto suonano come campane crepate, come pratiche da sbrigare; come incombenze da svolgere e si risolvono alla fine in svogliati riassunti di quarte di copertina, cose sciatte, non sentite e perciò inutili. Ribadisco, non parlo di libri ma dell’opera di critica: anche questa deve essere lavoro letterario dotata di originalità, forza estetica e autonomia rispetto al libro di cui parla. Questo è un concetto illuminante che mi è stato instillato da una cara amica al cui senso estetico mi affido anche con una benda sugli occhi, ed io – ladro – ne faccio tesoro. Ma di queste raccomandazioni non ha bisogno Fernanda Ferraresso che di cuore e di lavoro ne mette assai in quello che fa e che del suo sentimento non fa mistero. E di questo sentire ho percepito la presenza e l’importanza anche nei non pochi righi appassionati che ha dedicato a parlare del libro. E’ per questo che ora, sicuro, Vi indirizzo al suo vibrante commento sul mio romanzo La Condanna dei Tre Capitoli, pubblicato ieri sul sito CARTESENSIBILI.

 Buona lettura e grazie a Fernanda Ferraresso:

 http://cartesensibili.wordpress.com/2009/11/03/non-so-come-ho-fattoma-ne-sono-uscita-piu-viva-di-prima-la-condanna-dei-tre-capitoli/

I friulani hanno ancora un’anima? – di Alberto Frappa Raunceroy

•26 ottobre 2009 • 4 commenti

ArchivioPrivato

L’anima dei friulani - di Arrigo Bongiorno. Foto di Elio Ciol – Edizioni biblioteca dell’Immagine. Pordenone, 2006

 

Santificare le feste è precetto importante. E il devoto desideroso di adempierlo, sa bene in quale cattedrale infilarsi la domenica: indossata una tuta sintetica di produzione cinese, compagna a braccetto e passeggino alla mano, il penitente si mette docilmente in fila in automobile, grattando le marce fino a vincere un buco nel parcheggio strapieno di un centro commerciale. Entrato, potrà lucrare indulgenze in cambio di successive strisciate di carta di credito o bancomat e, commosso, riceverà le grazie invocate: elettroniche consolazioni che lo terranno incatenato alla poltrona e alle pareti domestiche nei mesi successivi, fino al nuovo acquisto. La differenza tra un centro commerciale e una chiesa cuboidale di cemento armato e cristalli molati del resto è impercettibile: perchè indignarsi oggi quando le acque di questo aborto estetico si sono rotte da decenni?

Questo il Friuli di oggi: il Friuli degli arredi urbani, dei serramenti in alluminio, il fvg doc delle sagre e dei palloncini (quelli per tasso alcolemico), il Friuli pioniere della felpata e civile eutanasia, il Friuli globalizzato, tangenzializzato, centrocommercializzato. Per chi sia colto invece dall’insana curiosità di sfrucugliare in un mondo che sembra scomparso da migliaia di anni, ma che invece esisteva davvero fino a “fa” qualche decennio, la polifonica, poliedrica ma soprattutto prolifica casa editrice Edizioni Biblioteca dell’Immagine di Pordenone ha qualcosa per noi. Si intitola L’anima dei friulani. L’autore è Arrigo Bongiorno con fotografie in bianco e nero di Elio Ciol. Uscito con una prima edizione nel 2006 questo libro è semplice come i contenuti che vuole trasmettere: né saggio, né studio sociologico ma scorrevole esercizio di memoria. Solo apparentemente didascalico, il testo si contraddistingue per una prosa piana e pacata: è un libro che – diciamo – parla come mangia. Non vi si troveranno forme di polemica per l’attuale ma una serena e nemmeno nostalgica testimonianza del Friuli che era. Evidentemente l’autore ha ritenuto che sarà il confronto a fare il resto. E’ questa semplicità (la forma più assoluta di raffinatezza per un esteta autistico come me) che mi ha colpito. L’autore giudiziosamente suddivide il libro in capitoletti che riassumono ciascuna delle caratteristiche o topos o tropos dei/sui friulani: gli alberi della seta, la civiltà del latte, l’àncora della fede, il terremoto delle anime. La serie si chiude con il capitolo che da il titolo all’opera: l’anima dei friulani che è praticamente un rimando alla voce dei poeti. Colpisce come una pugnalata il numero di autori che al momento della pubblicazione sono ricordati come scomparsi: Bartolini, Giacomini, Lucchetta: un elenco che devo tragicamente aggiornare con i nomi di Novella Cantarutti e Lelo Cjanton e Beno Fignon. Commento a parte meritano le immagini firmate da Elio Ciol. Alcune fotografie sono tratte del set del film Gli ultimi di Padre David Maria Turoldo, ma anche quelle che non si riferiscono al lungometraggio hanno una tale spaziatura, un tale respiro epico che, per chi come me, non sia riuscito ad essere testimone degli ultimi brandelli di friulanità incarnata, si fa un’idea di quello che doveva essere questa terra fino a qualche decennio fa, quando noi piccoli, correvamo dal nonno a sfogliare l’atteso almanacco Stele di Nadal e rientrando a casa, ancora scorgevamo anziane col viso velato da fazzolettoni neri che stringevano nelle mani marezzate come tralci di vite rosari con grani di bachelite. Un rimando letterario immediato mi è balenato al Vento nel vigneto dell’epica sgorloniana, in cui il protagonista, Eliseo Bastianutti esce dal carcere dopo 27 anni e deve digerire in pochi giorni i cambiamenti metabolizzati dagli altri in un trentennio. Fortunato Eliseo, se fosse uscito oggi di “quel” Friuli avrebbe ritrovato ben poco.

Rimando ad una intervista di Sebastiano Aglieco…

•18 ottobre 2009 • Lascia un commento

 

Luce 

Buona domenica,

oggi non scrivo, non pubblico nulla se non un link, un rimando al sito del poeta  Sebastiano Aglieco che mi ha pazientemente posto alcune domande, dando vita ad  un’intervista che, data la “superficie in byte” che gli ha sottratto, ritengo abbia voluto proporzionare alla lunghezza da feuilleton del mio romanzo. Un sentito ringraziamento a Sebastiano.

Et donc: plongez vous dans la lecture!

http://miolive.wordpress.com/2009/10/18/una-nuova-voce-alberto-frappa/

Memorabile ritorno ad Aquileia – di Luigi Bressan

•17 ottobre 2009 • 6 commenti

Pubblico oggi la partecipata recensione che Luigi Bressan, grande poeta dialettale (che ha scelto di esprimere la nuova realtà che lo circonda in italiano), mi ha fatto il regalo di pubblicare sulla rivista CAFFE’ MICHELANGIOLO  (Gennaio-Aprile 2008), edita a Firenze dall’ Accademia degli Incamminati.aquile08

Il giovane aquileiese Lucio Valerio Cantio, di facoltosa famiglia rurale, milita a Roma all’epoca della guerra gotico-bizantina, dei tormentati rapporti tra i poteri di Costantinopoli e il Papa; s’innamora della nobile e bella Corinna e con lei si trova coinvolto in un intreccio di vicende pubbliche e private; la perde, la ritrova alla corte imperiale e riesce avventurosamente a ricondurla a sé e a una vita serena, lontana da quell’ambiente d’intrighi e ordite violenze. La storia d’amore a lieto fine è una traccia delicata e quasi pudica su un percorso di eventi ed episodi poderosi: i preparativi per la difesa di Roma nel ventre d’acque e di canali della città; gli avventurosi collegamenti tra Roma e Napoli; la nomina di Papa Vigilio col sacrificio del suo predecessore per cambiare l’orientamento della Chiesa; la presa di coscienza e il drammatico tergiversare del nuovo pontefice; il suo esorcismo praticato in Sicilia; gli illusionismi della corte bizantina (tutti densamente illustrati in sequenze di notevole presa).

E coinvolgenti sono anche le tematiche che si delineano lungo il percorso d’un’epoca dal fascino tragico: il complesso rapporto tra il potere politico e l’autorità della Chiesa in presenza del confronto tra diverse formulazioni teologiche; i grandi mutamenti che coinvolgono intere popolazioni, istituti e funzioni pubbliche e pongono le basi per nuovi rapporti territoriali, per una diversa configurazione delle forme sociali e del consenso; la coesistenza di ordini di valori nuovi, che si vanno affermando in contrasto o in una dialettica con la tradizione.  Il giovane autore del libro – dopo la laurea in giurisprudenza alla Cattolica di Milano, una collaborazione con alcune riviste tra cui “Controcorrente”, fondata e diretta da Indro Montanelli – rientra a dirigere l’azienda agricola di famiglia a Camino al Tagliamento, nella terra dell’antico Patriarcato di Aquileia, dove i paesi e i borghi hanno nomi di derivazione celtica, romana e slava, dove la memoria si è fatta carne e, questa, ricerca di sé nella fedeltà alla terra e alle origini. Scrivere come opera prima un romanzo storico in meno di un anno, passando le notti a documentarsi sulle fonti di un’epoca per molti aspetti atroce, risulta dallo svolgersi dello stesso racconto “aquileiese” un progetto ambizioso e coraggioso, ispirato quasi a una necessità d’ordine antropologico. Colpiscono l’urgenza, la passione narrativa e l’attenzione al concreto, suscettibili di dar luogo a pagine di animato bozzetto come di rifonderne la materia in affreschi di ampio respiro; l’abilità nel gettare ponti e raccordi tra parti e piani di diverso amalgama, nel rendere plausibile l’insistenza descrittiva come talvolta l’accavallarsi delle sequenze logiche. Il romanzo, nel suo genere dichiarato, evoca altri generi, come l’avventuroso e il picaresco. Il suo stile proprio è la risultante dell’entusiasmo creativo e della forza morale capaci di piegare gli stili appresi, di produrre un testo che, nel rivelarli, afferma la propria genuina diversità, s’impone alla più attenta considerazione del lettore e ne cattura la simpatia.

“La condanna dei tre capitoli”, opera prima di Alberto Frappa – di Luca De Clara

•12 ottobre 2009 • Lascia un commento
Ravenna in epoca tricapitolina.
Ravenna in epoca tricapitolina.

Non capita spesso di questi tempi di avere tra e mani una novità libraria che si presenti esplicitamente come romanzo storico. Ci riferiamo a opere che possano essere a pieno titolo considerate appartenere ad un genere letterario e non semplicemente frutto di un fenomeno di costume o di moda. Le ambientazioni medievali, ad esempio, hanno offerto spunti notevolissimi a chi ha avuto l’ardire di confrontarsi con un genere evoluto per qualsiasi lingua, quale è il romanzo. E altrettanto si può dire per l’epoca moderna o per quelle antiche. Ma non sempre chi ha voluto utilizzare la storia come luogo di narrazione è riuscito poi a produrre un romanzo storico. Non è il caso dell’opera prima di un giovane scrittore friulano, il caminese Alberto Frappa, che nel suo “La condanna dei tre capitoli” uscito per i tipi delle Edizioni segno, rispetta appieno due criteri fondamentali per discernere appunto il romanzo storico da tutto il resto: in primo luogo la struttura narrativa, sostenibile, complessa ed articolata, che agevola l’emersione dalle pieghe del testo di personaggi completi, tondi, riconoscibili per il singolo tratto umano e allo stesso tempo per l’universalità che li contraddistingue; in secondo luogo il contesto, la storia che fa da sfondo alle vicende narrate, che è frutto di una meditata ed accurata ricerca, e che non lascia al caso una singola parola né un solo oggetto. L’equilibrio non forzoso tra questi due elementi nell’opera c’è tutto. Frappa ambienta le vicende che vedono coinvolto il suo protagonista, il milite aquileiese Lucio Valerio Cantio, in un’epoca per certi versi ancora poco sondata e poco “sfruttata”: i decenni della guerra goto-bizantina che, nel corso del VI secolo, trasformò l’Italia in un insanguinato campo di battaglia che vide le une contro l’altro armate le truppe imperiali inviate da Giustiniano a conquistare e pacificare la penisola e quelle dell’esercito goto che dalle stesse finirà per essere cacciato. Si trattò di una guerra atroce, fatta di assedi e saccheggi: fu forse l’ultimo grande evento del mondo antico e, per l’Italia, porta d’ingresso sufficiente e necessaria al medioevo. Il libro dispiega le sue vicende attorno a tre grandi poli: la città di Roma, dimora del papa, ma soprattutto delle grandi macchinazioni che vedono coinvolte le potenti famiglie della nobiltà, nella quale Lucio Valerio Cantio giunge, giovane soldato, al seguito dell’esercito imperiale; la splendida Costantinopoli, luogo della corte giustinianea, laddove sembrano decidersi i destini del mondo, dove l’inaccessibile imperatrice Teodora (nella foto, in una rappresentazione musiva) svolge le sue trame e dove sfarzo e potere trasudano ad ogni passo; infine la natia Aquileia, ormai decadente ma luogo della pace e del ristoro, dove Lucio, dismessi gli abiti del guerriero, ritrova la sua autentica dimensione di uomo legato alla terra. La galleria dei personaggi è ricchissima, personaggi ai quali Frappa sa dedicare un’attenzione particolare, sì che, quand’anche solo si limita a tratteggiarli, ce ne fornisce un’immagine completa e convincente: dai generali goti e imperiali a Giustiniano e Teodora, dai papi e dalle loro corti alle figure più significative della nobiltà romana, dalle semplici figure di cortigiani alla rustica plebe romana, dalle dolci figure incontrate nell’agro aquileiese alla splendida Corinna, la donna-musa che Lucio segue lungo tutto il romanzo fino al felice epilogo. La struttura dell’opera è picaresca: stabilito il personaggio e le sue finalità, lo seguiamo per ogni dove sul filo di una trama intricatissima, ricca di colpi di scena, ma anche di dotte disquisizioni teologiche, infarcita di graziose e accuratissime descrizioni e di scene che facilmente restano impresse nella mente: tra le più efficaci ricordiamo sicuramente quelle relative al viaggio sotterraneo nel dedalo dei canali artificiali che alimentano gli acquedotti romani, le diverse scene alla corte di Teodora, per le quali viene reso benissimo l’equilibrio tra il nascondere e lo svelare, ed infine l’alta pagina di scrittura nella quale si descrive l’esorcismo praticato da papa Vigilio in Sicilia. E’ un peccato, però, che in qualche passaggio la prosa non sia sempre all’altezza della trama e della qualità degli affreschi proposti, rischiando di perdersi in ingenuità o barocchismi: ma all’opera prima che ben si presenta, tali debolezze si perdonano presto. Al di là delle vicende romanzate emergono dal testo alcuni temi che sono decisamente interessanti: da un lato lo sforzo di analisi, descrizione e memoria di un’epoca affascinante e tragica, in particolare per ricostruire la ricchezza della storia della Chiesa; dall’altro il rapporto città-campagna, colto in un momento critico della storia, in cui le città non riescono più a esercitare quell’autorevolezza e quella forza anche morale che le aveva per secoli contraddistinte, affidando alla rustica campagna (e qui gli accenni del Frappa ad alcuni luoghi e personaggi del suo Friuli sono efficacissimi) un ruolo nuovo di conservazione e trasmissione dei valori dell’antichità; dall’altro ancora la volontà e la capacità dell’autore di confrontarsi con modelli di scrittura e con tematiche non localistiche, partendo dal Friuli ma guardando ben oltre la terra natia; infine il tema delle relazioni, affettive ed amorose, che per Frappa guidano e salvano il mondo, e senza le quali non capiremmo la struttura e la forza d’impatto di questo romanzo. Per il quale una seconda lettura sarebbe quasi d’obbligo.

Luca De Clara, La Vita Cattolica, Sabato 9 Febbraio 2008, pagina 23

 

Sergio Maldini – Il sogno di una casa – di Alberto Frappa Raunceroy

•11 ottobre 2009 • 5 commenti

FedericaRavizzaContatti 

SERGIO MALDINI. Il sogno di una casa  -   di Federica Ravizza

Federica Ravizza è un’affascinante signora veneziana che trascorre parte dell’anno nel borgo letterario del Friuli: Santa Marizza di Varmo. Understatement a parte, si intuisce il lei la consapevolezza di ridare nuova vita alla tradizione veneziana della villeggiatura colta, richiamando figure come quella di Isabella Teotochi Albrizzi. Dotata di spontaneo charme e di un’allure cui siamo purtroppo disavvezzi, questa donna è preceduta da un blasone inquartato da cartigli di vasta cultura, da gusto impeccabile e da una istintiva se pur selettiva relazionalità. Doti, queste, che negli anni hanno calamitato lei e il marito (il pittore Dodo Errante Parrino) all’interno dell’Arcadia del borgo frequentata da Elio Bartolini, Paolo Maurensig e Sergio Maldini e da molte delle più belle persone del Friuli: basti pensare all’ultima aristocratica friulana, la contessa Giuliana Florio. Se le grandi anime si cercano, si trovano.  Et voilà: da questa compagnia fatta di incontri, di scontri, di cene con brovada e musetto e pomeriggi in giardino cui ampiamente si accenna, ma soprattutto dall’amicizia con Sergio Maldini è nato un libro da poco pubblicato per i tipi della Nuova Base di Udine che svela fatti e accadimenti che hanno dato spunto al romanzo “La Casa a Nord Est” che valse a Maldini il premio Campiello nel 1992. Il titolo è appunto “Sergio Maldini. Il sogno di una casa”. Il sottotitolo allude all’epistolario tra lo scrittore e la sua compagna di scuola al liceo Stellini, l’architetto Toni Cester Toso, ma chi si attenda erotici rimpalli alla Choderlos de Laclos si prepari a raffreddare il tutto in un più ginzburghiano lessico familiare per fare un tuffo nella domestica quotidianità borghese in trasferta agreste.

Il libro è delizioso: come in una vecchia pellicola da cinepresa si scopre un Maldini segreto, sorprendente, a tratti indifeso: quasi un trasognato bambinone reso vivissimo e pulsante da aneddoti divertenti e teneri cui nemmeno la recente biografia scritta da Simoncelli e pubblicata da Marsilio poteva evidentemente accedere.La personalità del borghese che risiede nella Roma pariolina e che ha sposato la figlia di un dignitario pontificio (la signora Franca) ha modo di farsi strada senza inibizioni a Santa Marizza e così si mette a nudo l’uomo dietro alla facciata del grande giornalista e scrittore. Sono scatti sequenziali di un intellettuale che nell’andata (o ritorno) alla campagna ha delle aspettative che divengono quasi pretese: le sue pressioni per la tempistica sulla casa, le piccole nevrosi metropolitane raggelate dalla imperturbabilità dei vicini di casa friulani, l’atteggiamento paterno e a tratti paternalistico nei confronti dei paesani, le cortesie urbane che si stemperano in rabelaisiane esplosioni verbali. Maldini stesso e gli altri comprimari ne escono come personaggi di un romanzo. E tra i protagonisti vi è la stessa borgata di Santa Marizza che compare sfocata, tratteggiata come un regno terrigno e metafisico quasi con gli stessi toni estatici con cui il giovane Chateaubriand richiama il suo nido di Combourg in Bretagna prima della devastazione rivoluzionaria.

In questo ancien régime letterario e urbanistico preservato miracolosamente dalla devastazione di marciapiedi e arredi urbani del “territorio” dei politici, la letteratura decanta negli anni e nelle pagine con i ritmi della natura. Nonostante molti dei protagonisti dello scritto non ci siano più, chi legge questo libro si accorgerà che la casa a Nord-Est è ancora presente e vibrante di voci: Ravizza l’ha miniaturizzata e inserita in una magica boule à neige: scorrendo le pagine del libro si ha la sensazione di poterla agitare scompigliando i minuscoli fiocchi di neve che ricominceranno a cadere sulle case e sulla chiesetta. Last but not least: una prosa da grande scrittore non deve stupire in chi abbia avuto tali frequentazioni.

 Pubblicato sulla pagina LIBRI del settimanale La Vita Cattolica. Udine, settembre 2009

 

– LA CONDANNA DEI TRE CAPITOLI – romanzo storico – di Federica Ravizza

•6 ottobre 2009 • 5 commenti
La Condanna dei Tre Capitoli

La Condanna dei Tre Capitoli

   
Il romanzo storico rivive ad Aquileia

Messaggero Veneto , 6 dicembre 2007   -  sezione: CULTURA – SPETTACOLO

di FEDERICA RAVIZZA.
 
Aquileia nel VI secolo, uno scenario suggestivo di acque e rovine che ha lo stesso fascino dei quadri di capricci settecenteschi con maestose vestigia marmoree divorate dalla vegetazione e le antiche pietre di dimensioni imperiali popolate a contrasto con figure di pastori, viandanti e villanelle abbigliate sommariamente che hanno la funzione di fare da parametro per esaltare la scala gigantesca dei monumenti. E su una scala gigantesca si muovono i personaggi del romanzo storico di Alberto Frappa: La condanna dei tre capitoli (Edizioni Segno, 370 pagine, 15, 00 euro) che sarà presentato a Udine, alla liberia Feltrinelli, sabato 15 dicembre alle 18.
Costantinopoli, Roma e Aquileia, le verdi acque della laguna di Grado, verso Torcello e la futura Venezia, sono lo sfondo di un percorso tra storia ed emozioni. Anzi, Aquileia stessa è una dei protagonisti, certo tra i più riusciti, perché si avverte una conoscenza profonda del luogo e la carica di un amore inespresso. Ma sullo sfondo si apre poi uno spaccato del Friuli antico: Varmo, Gemona, Zuglio, Camino e il Tagliamento; e, accanto a questa dimensione elegiaca, una miriade di altre scene di timbro più ridondante, vere e proprie scenografie che rievocano la Roma della decadenza e la Costantinopoli giustinianea.
Un romanzo storico scritto con cura sulla scia di certa narrativa inglese che per la storia altomedioevale ha sempre avuto un debole e ha sempre cercato di gettare un fascio di luce su quel mondo apparentemente buio e imbarbarito scoprendo tesori di cultura e bellezza, ricreando ambienti e personaggi con una vivace plausibilità. Il sottotitolo Romanzo storico rimanda a tempi lontani quando i nostri nonni si entusiasmavano per Quo vadis?, Fabiola, ma anche La sposa di Lamermoor, o Il visconte di Bragelonne, letture che erano un must. Il pendant pittorico potrebbero essere quei quadri storici che, tra il finire dell’Ottocento e il primo Novecento, tanto piacevano; e più gli episodi erano trascelti, più la fantasia si sbizzarriva: ed ecco dipinta la morte del venerabile Beda, i due Foscari, druidi spettrali, vestali discinte e gli immancabili Orazi e Curiazi, per tacere dei quadri di Alma Tadema traboccanti petali e ghirlande, terme marmoree e bella gioventù pompeiana. Alberto Frappa si cimenta in un genere difficile, non si cela dietro personali sperimentazioni che potrebbero giustificare qualsiasi incertezza compositiva, si sottopone a un giudizio vasto e anche popolare, proprio come avviene per la pittura figurativa. Il romanzo ha una struttura lineare che inizia dall’inizio e finisce con la fine. Narra la peripezia del protagonista, l’ ufficiale imperiale Lucio Valerio Cantio, che ritornerà alla nativa Aquileia con regolare anabasi e scioglimento sentimentale che esalta le ragioni del cuore, come avrebbe detto Pascal. Un romanzo denso, esuberante, barocco, picaresco, dove accade di tutto: assedi, fughe notturne, un esorcismo, viaggi per mare, catacombe e percorsi sotterranei lungo antichi acquedotti, travestimenti e barbe posticce, congiure e monasteri, biblioteche imperiali e bassifondi, intrighi politici e dispute teologiche con l’eresia monofisista come impegnativo filo conduttore di questa trama. Un mondo in fieri del quale Frappa coglie più la vitalità che la decadenza. Ed eccoli, dopo averli confinati ai lontani anni della scuola, riappaiono Teodora e Giustiniano, Silverio Papa, Severino Boezio ( proprio quello di Carducci con «la sua fronte luminosa di martirio e di splendor») e il suo persecutore Teodorico da Verona, Belisario, Totila, Galla Placidia, Amalasunta, Goti, Avari… li avevamo tutti dimenticati!
Frappa non è un timido, non è un minimalista, le sue descrizioni sono lunghi elenchi di oggetti e materiali ad abundantiam e questi secoli bui ci abbagliano. Alcune pagine, tra le più riuscite, sono dedicate alle figure femminili e Teodora morente è tratteggiata con assoluta mancanza di indulgenza al patetico. Le matrone romane sono intellettuali depositarie e custodi della cultura latina come pure tesa a conservare le tradizioni è l’ava di Lucio, una matriarca aquileiese connotata di un’austerità che appartiene all’immaginario collettivo friulano. Con animo manicheo, Lucio si divide tra l’amore per l’algida, ma costante Corinna e l’attrazione per la sulfurea Lupicina, una femme fatale ben tratteggiata perché, come sapeva bene Manzoni, è più gratificante descrivere la peccatrice Signora di Monza che non la scialba Lucia. Quindi, per il protagonista, niente tormenti d’amore per una sola donna, niente odi et amo, il bene ed il male sono giudiziosamente impersonati da due figure diverse.
Romanzo ortodosso, come nella migliore tradizione, nel quale ogni capitolo inizia con una citazione da fonti latine. Alla fine l’autore ringrazia con gentile erudizione i suoi collaboratori e si rimane sorpresi nel venire a sapere che tra questi vi sono, oltre a Severino Boezio e a San Colombano, i «dimenticati compilatori del Liber Pontificalis» lontani e perduti negli annali di quei secoli affascinanti.