E proprio Gambarotta, esponente ironico e colto di questa piemontesità un po retrò, verrà presentata al pubblico del Medio Friuli. Grazie alla squisita ospitalità di Maurizio De Lazzari, Villa Minciotti ospiterà una sorta di salottino televisivo dove Gambarotta duetterà e converserà con Salvatore Errante Parrino, conosciutissimo veneziano che da 20 anni ha eletto Santa Marizza come sua seconda casa da cui ha stretto legami di amicizia con ELIO BARTOLINI e SERGIO MALDINI.
Negli anni novanta ha lavorato con il cantante ed attore e personaggio televisivo Adriano Celentano in una famosa trasmissione del molleggiato e, come attore, con Fabio Fazio in “Un Giorno Fortunato” fiction prodotta per Rai 2 nel 1997.
Per la radio, a cui collabora tuttora curando tra l’altro una rubrica fissa per Torino 7, ha presentato fra l’altro le trasmissioni Tempo reale e, in coppia con Luciana Littizzetto, Single (1997).
Gambarotta ha anche scritto e recitato per il teatro cabaret, il teatro in lingua piemontese e quello in lingua; ha scritto romanzi di genere giallo-ironico-parodistico che hanno avuto un notevole successo di vendite e di critica; fra essi, La nipote scomoda (scritto a quattro mani con Massimo Felisatti, uscito in libreria nel 1977 e vincitore del Premio Gran Giallo – città di Cattolica) e Torino, lungodora Napoli, edito da Garzanti nel 1995.
Per i tipi della stessa casa editrice è stato dato alle stampe il pamphlet Tutte le scuse sono buone per morire. Nel 2006 per la casa editrice Morganti apre la collana di romanzi ‘le Grandi Parodie’ con Il Codice Gianduiotto, uno spassoso e colto divertissement che fa il verso al Codice da Vinci di Dan Brown.









Vittorio Sgarbi è un genio. Affondare il coltello nella carne, azzardando un’affermazione così tranchant sul piroclastico critico e storico dell’arte può parere gratuito e provocatorio o, a suscettibili moralismi, addirittura scandaloso ma io ritengo che – ragionandoci – altri potranno convenirne. Il genius nella letteratura e nella mitologia latina è un’entità legata ad un luogo o ad una attività, quasi un protettore o uno spirituale sovrintendente; noi cristiani potremmo oggi parzialmente sovrapporlo alla figura angelica. Mi pare che questo ruolo si attagli a Vittorio Sgarbi nell’esercizio delle sue funzioni di esteta e cultore quando, come per grazia, il discusso personaggio si trasfigura in genius venustatis o genius elegantiae, quasi un protettore del bello e della bellezza nel peculiare modo in cui si è incarnata in Italia. Perchè della bellezza, l’Italia è culla privilegiata e Sgarbi quando ne tratta, si illumina come un mistico in celeste contemplazione, come un dinoccolato fanciullone che viva perenni turbamenti erotici. L’estemporanea suggestione mi è balenata in margine all’uscita del nuovo libro di Sgarbi che sarà distribuito in Italia da mercoledì: L’Italia delle meraviglie. Una cartografia del cuore edito da Bompiani. Si tratta di un lavoro che propone un nuovo Grand Tour da Trieste a Palermo alla scoperta del patrimonio artistico italiano sottolineando anche quello trascurato; Sgarbi possiede il dono di agganciare la bellezza ovunque essa riposi, anche nei recessi da noi negletti. Ed ecco che si materializzano immagini e nomi a noi sconosciuti: un telero di Lorenzo Lotto a Santa Cristina al Tiverone, la lapide di un centurione-poeta a Borso del Grappa, ma anche ceramiche di Faenza o servizi da caffè a Fermo nelle Marche e poi ville, palazzi, chiese malamente restaurate o diroccate. Non sono oggetti di studio ma amanti in ogni porto: troppe sono e, se non possono tutte essere curate personalmente, Sgarbi non dimentica di avvicinarle, adorarle e divulgarle al pubblico. Della bellezza di cui l’Italia è fragile ricettacolo il critico è ossessivo corteggiatore e la ama con un ardore ed una pietas che dovrebbe appartenere a tutti gli italiani. Dal testo si conferma uno Sgarbi che non è solo recensore o narratore – non un Vasari moderno – ma appassionato difensore, un cavaliere che non conosce soluzione di continuità tra battaglie, ma nonostante abbia combattuto un recente duello contro contemporanei mulini a vento (le torri eoliche siciliane) Sgarbi non incarna don Chisciotte della Mancia ma un Orlando che, in parossismi d’amore, perde il senno ma persevera battendosi a difesa delle creature minacciate. Sotto una scorza di aggressività ribolle come magma eruttivo una sensibilità estetica non misurabile con sismografi a nostra disposizione tanto che, arrabbiato coi mediocri o l’archistar di turno, l’uomo sa arrendersi di fronte al sublime di una ceramica o di un vetro crepato. Istintivamente machiavellico, il critico percepisce che la difesa della bellezza (il fine) giustifica ogni mezzo, anche se a volte scade nella polemica o nella performance grottesca: la posta in gioco è alta; ogni mezzo buono. Sgarbi è caratterialmente anarchico ed insofferente anche agli steccati più fragili ed è esteticamente onnivoro. Sia che parli di Ulisse Sartini, grande ritrattista erede dell’umanesimo rinascimentale, sia che commenti i lavori dei writers o graffitari di periferia, sia che si inalberi per le torri eoliche cresciute in Sicilia o disquisisca sui gusci dell’Ara Pacis, Sgarbi sfodera la medesima passione, il medesimo amore di un amante folle. Di questo va dato conto nella misura in cui ciò viene ritrovato nel libro edito da Bompiani. Petronio Arbitro nella vita e Gerolamo Savonarola nella disciplina dell’arte, da quest’uomo l’Italia può attendersi una perenne fedeltà: la fedeltà alla Meraviglia.
