L’Italia delle meraviglie: in libreria il perenne stupore di Sgarbi.

•20 Novembre 2009 • Lascia un Commento

Vittorio Sgarbi è un genio. Affondare il coltello nella carne, azzardando un’affermazione così tranchant sul piroclastico critico e storico dell’arte può parere gratuito e provocatorio o, a suscettibili moralismi, addirittura scandaloso ma io ritengo che – ragionandoci – altri potranno convenirne. Il genius nella letteratura e nella mitologia latina è un’entità legata ad un luogo o ad una attività, quasi un protettore o uno spirituale sovrintendente; noi cristiani potremmo oggi parzialmente sovrapporlo alla figura angelica. Mi pare che questo ruolo si attagli a Vittorio Sgarbi nell’esercizio delle sue funzioni di esteta e cultore quando, come per grazia, il discusso personaggio si trasfigura in genius venustatis o genius elegantiae, quasi un protettore del bello e della bellezza nel peculiare modo in cui si è incarnata in Italia. Perchè della bellezza, l’Italia è culla privilegiata e Sgarbi quando ne tratta, si illumina come un mistico in celeste contemplazione, come un dinoccolato fanciullone che viva perenni turbamenti erotici. L’estemporanea suggestione mi è balenata in margine all’uscita del nuovo libro di Sgarbi che sarà distribuito in Italia da mercoledì: L’Italia delle meraviglie. Una cartografia del cuore edito da Bompiani. Si tratta di un lavoro che propone un nuovo grand tour da Trieste a Palermo alla scoperta del patrimonio artistico italiano sottolineando anche quello trascurato; Sgarbi possiede il dono di agganciare la bellezza ovunque essa riposi, anche nei recessi da noi negletti. Ed ecco che si materializzano immagini e nomi a noi sconosciuti: un telero di Lorenzo Lotto a Santa Cristina al Tiverone, la lapide di un centurione-poeta a Borso del Grappa, ma anche ceramiche di Faenza o servizi da caffè a Fermo nelle Marche e poi ville, palazzi, chiese malamente restaurate o diroccate. Non sono oggetti di studio ma amanti in ogni porto: troppe sono e, se non possono tutte essere curate personalmente, Sgarbi non dimentica di avvicinarle, adorarle e divulgarle al pubblico. Della bellezza di cui l’Italia è fragile ricettacolo il critico è ossessivo corteggiatore e la ama con un ardore ed una pietas che dovrebbe appartenere a tutti gli italiani. Dal testo si conferma uno Sgarbi che non è solo recensore o narratore – non un Vasari moderno – ma appassionato difensore, un cavaliere che non conosce soluzione di continuità tra battaglie, ma nonostante abbia combattuto un recente duello contro contemporanei mulini a vento (le torri eoliche siciliane) Sgarbi non incarna don Chisciotte della Mancia ma un Orlando che, in parossismi d’amore, perde il senno ma persevera battendosi a difesa delle creature minacciate. Sotto una scorza di aggressività ribolle come magma eruttivo una sensibilità estetica non misurabile con sismografi a nostra disposizione tanto che, arrabbiato coi mediocri o l’archistar di turno, l’uomo sa arrendersi di fronte al sublime di una ceramica o di un vetro crepato. Istintivamente machiavellico, il critico percepisce che la difesa della bellezza (il fine) giustifica ogni mezzo, anche se a volte scade nella polemica o nella performance grottesca: la posta in gioco è alta; ogni mezzo buono. Sgarbi è caratterialmente anarchico ed insofferente anche agli steccati più fragili ed è esteticamente onnivoro. Sia che parli di Ulisse Sartini, grande ritrattista erede dell’umanesimo rinascimentale, sia che commenti i lavori dei writers o graffitari di periferia, sia che si inalberi per le torri eoliche cresciute in Sicilia o disquisisca sui gusci dell’Ara Pacis, Sgarbi sfodera la medesima passione, il medesimo amore di un amante folle. Di questo va dato conto nella misura in cui ciò viene ritrovato nel libro edito da Bompiani. Petronio Arbitro nella vita e Gerolamo Savonarola nella disciplina dell’arte, da quest’uomo l’Italia può attendersi una perenne fedeltà: la fedeltà alla Meraviglia.

Alberto Frappa Raunceroy 

 

L’Italia delle meraviglie. Una cartografia del cuore - Vittorio Sgarbi, Bompiani 2009 – pp. 360

Venezia, Giorgione ed Henry James: ottimi ingredienti in mano a Maurensig – di Alberto Frappa Raunceroy

•10 Novembre 2009 • 2 Commenti

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Venezia, Giorgione ed Henry James: ottimi ingredienti in mano a Maurensig.

Duplice coincidenza: mi sto ancora consumando sul mio romanzo dedicato agli ultimi giorni di Venezia sovrana e, avendo avvertito la necessità di assorbire alcune atmosfere lagunari, ho ripreso in mano Pontificale in San Marco di Elio Bartolini ambientato nella Venezia del 1751. Sempre seguendo questo impulso (e su consiglio di Gigi Bressan, della cui erudizione mi valgo ad occhi chiusi) sto leggendo Le luci della peste, un unicum letterario del grande scrittore ed editore veneziano Neri Pozza. All’interno della raccolta vi sono tre racconti dedicati alla misteriosa figura di Giorgione, maestro conosciuto all’epoca (siamo nell’ottobre del 1510) come Zorzi o Zorzòn da Castelfranco. Il primo, intitolato Falò in Campo San Polo, è da solo in grado di fornire spunti ad un romanzo perchè instilla domande sui motivi per cui degli anni più attivi dell’opera del maestro rimangano oggi solo 12 pitture a lui attribuite. Colpa di un possibile rogo dei suoi lavori per evitare infezioni? Il quarto racconto, intitolato Il mantello rosso, parla dell’ anonima sepoltura di Zorzòn in una fossa comune nell’isola di San Giacomo de Palùo. Il terzo (Paris grazioso e gentile) accenna alle contraffazioni giorgionesche del giovane pittore trevigiano Paris Bordone, quando, qualche anno dopo la morte del maestro di Castelfranco, le richieste dei collezionisti non trovavano soddisfazione presso i gelosi detentori delle opere. Coincidenza perchè? Perchè sono venuto a sapere giorni fa da amici di Paolo che l’ultimo romanzo di Maurensig parla proprio di Venezia e di quel Giorgione che mi ha presentato Neri Pozza nei suoi racconti. Una sorpresa è stato invece lo scoprire che il libro non uscirà per mamma Mondadori, ma per una casa trevigiana che non conoscevo: la Morganti. Una demoniaca compulsione mi ha ghermito alla gola e sono corso a cercare il sito della casa editrice, visualizzando una meravigliosa homepage che mi ha suscitato immediatamente suggestioni e voglie. Salvato l’indirizzo internet tra i preferiti con il proposito di farne buon uso con l’anno entrante, ho iniziato a leggere gli ancora pochi commenti sul romanzo. Ho così scoperto che, più che sulla figura di Giorgione, il libro ruota attorno alla sua opera più celebre e misteriosa: la Tempesta. In effetti telero più fitto di rimandi ed allegorie non si poteva trovare e mi piace quando Maurensig dice che i misteri e le allegorie dell’arte rimangono affascinanti fino a quando non sono svelati: un po’ l’opposto di come si ragiona oggi: togliere ogni velo e lacerare ogni membrana poetica. Dunque l’autore ha imbastito una storia sulla tela di Giorgione, filmandola da due punti di vista: quella di un contemporaneo (il protagonista?: ancora non posso dirlo perchè il libro esce domani) ed Henry James, l’autore di Ritratto di Signora che, secondo lo studioso anglosassone di turno, avrebbe decriptato Giorgione nel suo Carteggio Aspern. Un piccolo brivido mi ha scosso quando ho letto Maurensig dire che Giorgione era forse intimo con sette misteriche (Rosacroce et cetera) ma sono tranquillo perchè conosco la sua bella prosa e apprezzo le suggestioni che sa evocare: sono certo che ingredienti così raffinati, elaborati dalla sua penna, assumeranno i connotati di un ottimo libro che domani correrò in libreria ad acquistare.

Vale.

recensione come una perla

•4 Novembre 2009 • 4 Commenti

perla

Ad una iridata recensione di Fernanda Ferraresso

 Su il Ponte del Sale di Rovigo scriverò in momento dedicato: si tratta di una casa editrice che è come una di quelle ostriche che quando percepiscono la loro cavità intrusa da un corpo estraneo come un granello di sabbia, o lo espellono senza ipocrisie, oppure iniziano un lungo e metodico lavorio per avvolgerlo e ricoprirlo da successivi e sovrapposti strati di nacre  fino a formare una preziosa sfera iridescente: la perla.  Ma oggi parlo di una recensione che mi è stata dedicata a sorpresa da Fernanda Ferraresso che da quella ostrica è stata mineralizzata, pubblicata e della cui redazione fa parte integrante e attiva. Della recensione, come di troppo altro, oggi si abusa e, quando si abusa di una cosa la si svaluta con lo stesso meccanismo che si da per le monete: divengono pesante conio senza valore. Si perchè in una settimana sono davvero enumerabili sulle dita di una mano le recensioni che si leggono sulle pagine culturali dei quotidiani o dei periodici fatte con amore per la bellezza. La maggioranza all’opposto suonano come campane crepate, come pratiche da sbrigare; come incombenze da svolgere e si risolvono alla fine in svogliati riassunti di quarte di copertina, cose sciatte, non sentite e perciò inutili. Ribadisco, non parlo di libri ma dell’opera di critica: anche questa deve essere lavoro letterario dotata di originalità, forza estetica e autonomia rispetto al libro di cui parla. Questo è un concetto illuminante che mi è stato instillato da una cara amica al cui senso estetico mi affido anche con una benda sugli occhi, ed io – ladro – ne faccio tesoro. Ma di queste raccomandazioni non ha bisogno Fernanda Ferraresso che di cuore e di lavoro ne mette assai in quello che fa e che del suo sentimento non fa mistero. E di questo sentire ho percepito la presenza e l’importanza anche nei non pochi righi appassionati che ha dedicato a parlare del libro. E’ per questo che ora, sicuro, Vi indirizzo al suo vibrante commento sul mio romanzo La Condanna dei Tre Capitoli, pubblicato ieri sul sito CARTESENSIBILI.

 Buona lettura e grazie a Fernanda Ferraresso:

 http://cartesensibili.wordpress.com/2009/11/03/non-so-come-ho-fattoma-ne-sono-uscita-piu-viva-di-prima-la-condanna-dei-tre-capitoli/

I friulani hanno ancora un’anima? – di Alberto Frappa Raunceroy

•26 Ottobre 2009 • 4 Commenti

ArchivioPrivato

L’anima dei friulani - di Arrigo Bongiorno. Foto di Elio Ciol – Edizioni biblioteca dell’Immagine. Pordenone, 2006

 

Santificare le feste è precetto importante. E il devoto desideroso di adempierlo, sa bene in quale cattedrale infilarsi la domenica: indossata una tuta sintetica di produzione cinese, compagna a braccetto e passeggino alla mano, il penitente si mette docilmente in fila in automobile, grattando le marce fino a vincere un buco nel parcheggio strapieno di un centro commerciale. Entrato, potrà lucrare indulgenze in cambio di successive strisciate di carta di credito o bancomat e, commosso, riceverà le grazie invocate: elettroniche consolazioni che lo terranno incatenato alla poltrona e alle pareti domestiche nei mesi successivi, fino al nuovo acquisto. La differenza tra un centro commerciale e una chiesa cuboidale di cemento armato e cristalli molati del resto è impercettibile: perchè indignarsi oggi quando le acque di questo aborto estetico si sono rotte da decenni?

Questo il Friuli di oggi: il Friuli degli arredi urbani, dei serramenti in alluminio, il fvg doc delle sagre e dei palloncini (quelli per tasso alcolemico), il Friuli pioniere della felpata e civile eutanasia, il Friuli globalizzato, tangenzializzato, centrocommercializzato. Per chi sia colto invece dall’insana curiosità di sfrucugliare in un mondo che sembra scomparso da migliaia di anni, ma che invece esisteva davvero fino a “fa” qualche decennio, la polifonica, poliedrica ma soprattutto prolifica casa editrice Edizioni Biblioteca dell’Immagine di Pordenone ha qualcosa per noi. Si intitola L’anima dei friulani. L’autore è Arrigo Bongiorno con fotografie in bianco e nero di Elio Ciol. Uscito con una prima edizione nel 2006 questo libro è semplice come i contenuti che vuole trasmettere: né saggio, né studio sociologico ma scorrevole esercizio di memoria. Solo apparentemente didascalico, il testo si contraddistingue per una prosa piana e pacata: è un libro che – diciamo – parla come mangia. Non vi si troveranno forme di polemica per l’attuale ma una serena e nemmeno nostalgica testimonianza del Friuli che era. Evidentemente l’autore ha ritenuto che sarà il confronto a fare il resto. E’ questa semplicità (la forma più assoluta di raffinatezza per un esteta autistico come me) che mi ha colpito. L’autore giudiziosamente suddivide il libro in capitoletti che riassumono ciascuna delle caratteristiche o topos o tropos dei/sui friulani: gli alberi della seta, la civiltà del latte, l’àncora della fede, il terremoto delle anime. La serie si chiude con il capitolo che da il titolo all’opera: l’anima dei friulani che è praticamente un rimando alla voce dei poeti. Colpisce come una pugnalata il numero di autori che al momento della pubblicazione sono ricordati come scomparsi: Bartolini, Giacomini, Lucchetta: un elenco che devo tragicamente aggiornare con i nomi di Novella Cantarutti e Lelo Cjanton e Beno Fignon. Commento a parte meritano le immagini firmate da Elio Ciol. Alcune fotografie sono tratte del set del film Gli ultimi di Padre David Maria Turoldo, ma anche quelle che non si riferiscono al lungometraggio hanno una tale spaziatura, un tale respiro epico che, per chi come me, non sia riuscito ad essere testimone degli ultimi brandelli di friulanità incarnata, si fa un’idea di quello che doveva essere questa terra fino a qualche decennio fa, quando noi piccoli, correvamo dal nonno a sfogliare l’atteso almanacco Stele di Nadal e rientrando a casa, ancora scorgevamo anziane col viso velato da fazzolettoni neri che stringevano nelle mani marezzate come tralci di vite rosari con grani di bachelite. Un rimando letterario immediato mi è balenato al Vento nel vigneto dell’epica sgorloniana, in cui il protagonista, Eliseo Bastianutti esce dal carcere dopo 27 anni e deve digerire in pochi giorni i cambiamenti metabolizzati dagli altri in un trentennio. Fortunato Eliseo, se fosse uscito oggi di “quel” Friuli avrebbe ritrovato ben poco.

Rimando ad una intervista di Sebastiano Aglieco…

•18 Ottobre 2009 • Lascia un Commento

 

Luce 

Buona domenica,

oggi non scrivo, non pubblico nulla se non un link, un rimando al sito del poeta  Sebastiano Aglieco che mi ha pazientemente posto alcune domande, dando vita ad  un’intervista che, data la “superficie in byte” che gli ha sottratto, ritengo abbia voluto proporzionare alla lunghezza da feuilleton del mio romanzo. Un sentito ringraziamento a Sebastiano.

Et donc: plongez vous dans la lecture!

http://miolive.wordpress.com/2009/10/18/una-nuova-voce-alberto-frappa/